“La nonna diceva sempre…”: tutto cambia realmente o è sempre esistito? Questione di punti di vista!

Tre Donne, un intero arco generazionale, una commedia sul senso e sulla validità nel tempo di proverbi e slogan; sulla loro capacità di fornire spiegazioni e significato a scelte e azioni che caratterizzano l’agire umano.

Locandina de "La nonna diceva sempre"

 

Loro sono le Donne di “La nonna diceva sempre sempre“, la  nuova rappresentazione teatrale scritta e diretta da Patrizia Palese, in scena dal 15 al 20 Dicembre presso il Teatro Petrolini, Roma.

Emma ( Rosanna Barbati) è una donna con una figlia di 30 anni e una vita tanto normale da sembrare noiosa.

Clementina (Laura Giulia Cirino), figlia di Emma, è una ragazza che non ha mai cessato di sentirsi figlia, nonostante sia sposata. Ma soprattutto è una giovane donna che  vive nel ricordo ossessivo della nonna materna – di cui porta il nome e che rappresenta in controluce la terza grande figura femminile –   i cui proverbi e modi di dire rappresentano la giustificazione e lo strumento per puntellare la costruzione dell’intera sua esistenza.

La nonna diceva sempre” rappresenta dunque non solo per Clementina un solido rifugio contro le sue personali insicurezze e fragilità ma anche un importante terreno di confronto e riflessione con sua madre Emma, circa la saggezza o l’assurdità di certi slogan e proverbi snocciolati in continuazione come chiave  interpretativa e decisionale.

Ed è proprio su questa riflessione che fa perno un’unica domanda, cuore nevralgico dell’intera rappresentazione: tutto cambia realmente o è sempre esistito?  Questione di punti di vista!

In attesa della Prima a Teatro mi faccio dare qualche anticipazione proprio da loro, i Volti de “La nonna diceva sempre“.

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“Caterina Donna d’Amore”, la Prima al Teatro Trastevere.

E’ stata ieri la Prima della rappresentazione teatrale “Caterina Donna d’Amore“.

Avevo già avuto modo di intervistare gli attori e la regista, Patrizia Palese, e farmi un’idea di come sarebbe stata, ma vederla in scena ha superato, se possibile, le mie aspettative.

Caterina Donna D'amore

 

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Al Teatro Trastevere arriva Caterina, Donna d’Amore.

Siamo a Siena alla fine del XIV secolo.

In una stanza poco illuminata, Lapa (Raffaella Pavone), madre di Caterina, anziana e malata, è desiderosa di depositare nelle mani di Raimondo da Capua (Donato Serafini), il più noto biografo di Caterina, tutti i suoi ricordi.

Locandina Spettacolo teatrale

Ma proprio questi avranno un diverso riscontro rispetto a quelli di Padre Raimondo producendo una discordanza scandita, anche visivamente, dall’oscurarsi della scena e dall’illuminarsi di un’altra in cui a parlare è la stessa Caterina (Rita Pasqualoni), che ricorderà se stessa nelle più importanti tappe della sua esistenza, prima bambina, poi adolescente e infine religiosa.

Ad accompagnare questi passaggi ci sarà Lisa (Angelica Artemisia Pedatella), cognata di Caterina, rimasta vedova e senza figli, che ricorderà con Caterina gli stessi avvenimenti, anche se con altri sentimenti.

Lontana dallo spaccato strettamente biografico, la rappresentazione racconta i poliedrici volti dell’amore, sfaccettature diverse di quell’unico sentimento che dà senso alla vita umana, e che trova il suo vertice ideale nella scelte di vita della Santa.

Caterina è Donna D’Amore. In tutta la sua straordinaria umanità.

A poche settimane dalla prima a teatro (in scena dal 24 al 29 marzo presso il Teatro Trastevere) incontro la mente e i volti della rappresentazione, per farmi raccontare in anteprima l’anima di ciascuno dei personaggi interpretati e il messaggio di cui l’opera teatrale è portatrice.

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“L’editoria del futuro? In movimento e non posseduta”. La parola a Bookolico, la piattaforma di lettura in streaming on demand

Innegabile come oggi l’industria editoriale libraria di trovi nell’occhio del ciclone digitale, nel turbinio di una trasformazione resa tanto più potente quanto più veloce è il cambiamento tecnologico che ne fa vacillare le granitiche fondamenta.

Annullati i confini fra l’universo degli atomi e quello dei bit, il “mondo libro” subisce una trasformazione multilivello a partire proprio dal cambiamento del prodotto: il testo, svincolato dal suo supporto, trova nuove declinazioni, nuovi canali di diffusione e nuovi strumenti attraverso cui essere fruito, imponendo alla filiera tradizionale di ridisegnarsi attorno alle sue nuove proprietà funzionali.

Non solo.

I nuovi strumenti messi a disposizione dalla Rete, inaugurano nuove modalità di consumo, partecipazione, dialogo e conoscenza da parte dei lettori, che empowered dalla nuova condizione acquisita, ridefiniscono il sistema di rapporti con l’azienda – fino ad oggi fortemente mediato e unidirezionale – e più in generale con l’intero sistema tradizionale.

Non solo.

Mentre i lettori ‘analogici’ ancora metabolizzano la perdita dell’impagabile ‘odore della carta’ soppesando i pro e i contro della smaterializzazione del testo e l’industria editoriale si trova a dover riconsiderare la propria economia, da sempre costruita ‘intorno alla pagina’ , ecco avanzare nuove tecnologie che sfidano la neonata industry del digitale.

L’ultima frontiera in tal senso è lo streaming on demand, una tecnologia di fruizione di contenuti che ha già riscosso successo nel mercato statunitense con servizi come Netflix, Spotify, Oyster e Scribd ( per approfondire quali servizi siano disponibili in Italia vi consiglio un mio articolo su Voices).

La prima a proporre una piattaforma di lettura in streaming è stata una startup di ragazzi torinesi under 30, Bookolico. Ed è di loro che oggi desidero parlare.

Perché sono giovani, perchè hanno il coraggio di investire sui loro progetti a partire dal profondo cambiamento che stiamo vivendo, perchè cercano di portare innovazione in un settore tradizionale che fa ancora fatica a svecchiarsi.

Perché  portano avanti il loro sogno e sono stati in grado di dargli forma.

BOOKOLICO2

L’obbiettivo posto è stato quello di realizzare una piattaforma online con specifica app coorrelata per iPad attraverso cui accedere ad una libreria digitale di titoli messi a disposizione dalle case editrici aderenti all’iniziativa, attraverso il pagamento di un canone mensile. I libri possono essere letti on e off line nella loro interezza, ma anche sfogliati o ripresi senza doverli scaricare sul proprio device. Il passo in più che Bookolico compie però rispetto alla lettura in streaming è coniugare ad essa l’anima social, pilastro essenziale delle comunità di lettori online. Perché si sa, se c’è una cosa che i lettori amano ancor più che leggere libri è discuterne e lo intuisce la startup, che dà la possibilità all’utente di creare la propria libreria virtuale, votare, recensire e interagire e consigliarsi la propria communiy di riferimento creando un ambiente privilegiato di lettura e confronto fra lettori, autori ed editori.

Tutto ciò in mobilità e in perfetta linea con il carattere ubiquo e orizzontale di questa nuova fase di reader experience del lettore.

Inizio la mia chiacchierata con Giuseppe Spezzano, uno dei quattro giovani startupper del team Bookolico, chiedendogli di raccontarmi da dove nasca l’idea e quale sia stato il loro percorso fino ad oggi.

“Il nostro progetto nasce quasi due anni fa, come azienda innovativa nel mondo dell’editoria elettronica, e focalizzata sul self publishing. Abbiamo cercato di coniugare l’innovazione tecnologica ad nuovo modello di business con una piattaforma che potesse lanciare il self publishing anche in Italia, vista l’importanza assunta dal fenomeno in America: la particolarità era il prezzo, che invece di essere fisso, oscillava in base al gradimento dei lettori. Questa prima esperienza ci ha permesso di conoscere “dall’interno” il mondo dell’editoria, ci siamo appassionati, ma soprattutto abbiamo visto un forte potenziale di innovazione futura, e quindi di crescita. Da lì è partito quello che noi chiamiamo Bookolico 2, la piattaforma che trovi su Internet ed il progetto che stiamo cercando di portare avanti. Sostanzialmente è un servizio di lettura in streaming on demand tramite abbonamento mensile, per cui l’utente potenzialmente per quel mese può leggere tutti i libri che vuole, senza vincoli di titoli. Come startup abbiamo dunque cambiato direzione, verso ciò che più ci appassionava: portare tecnologia e innovazione in Italia. Siamo in quattro nel team: due persone più ‘tecniche’ che si occupano di programmazione e grafica, una che si occupa di relazioni con il pubblico e con gli editori e la quarta più “economica”, responsabile della contabilità. Fortunatamente, poi, possiamo avvalerci di una serie di collaboratori che ci aiutano per passione sui social media, sul blog e in tutta un’altra serie di aspetti importanti nella vita di una startup”.

Quali tipi di difficoltà, soprattutto per voi che siete così giovani, avete incontrato nel portare avanti un progetto di questo tipo in Italia?

“In Italia è molto difficile creare una partnership, soprattutto se riguarda un servizio digitale che verte su uno dei talloni d’achille dell’editoria, la cessione dei diritti di fruizione dei titoli in catalogo. La prima difficoltà riguarda la loro comprensione tecnologica: fino a qualche tempo fa, lo scetticismo con cui la nostra proposta era accolta, era dovuto in larga misura al fatto che lo streaming fosse totalmente sconosciuto. Esistono editori che ancora oggi faticano a spostarsi sull’editoria elettronica, quindi puoi immaginare come, per loro, lo streaming fosse qualcosa di futuristico. Per fortuna negli ultimi mesi questo concetto, anche in Italia, – con servizi come Spotify – è arrivato alle orecchie delle persone. Quindi da qualche mese a questa parte, parlare con gli editori è un po’ meno complicato perché, anche se magari ancora non sanno esattamente di cosa si tratti, di streaming ne hanno sentito parlare. Il tempo inizia ad essere giusto, e ora – molto di più rispetto a solo sei mesi fa – iniziamo ad essere accolti dalle case editrici. Una seconda difficoltà è legata alla natura stessa del sistema editoriale: ci siamo trovati davanti ad un mondo vecchio e che fa fatica a svecchiarsi, ancora ancorato a concetti e ideologie che sono tipiche del mondo cartaceo e che sono inapplicabili al digitale, dove il concetto di libro fisico si perde. È necessario partire da basi e presupposti totalmente diversi. Non nego però che esistano anche editori, piccoli medi e grandi, più propensi ad accogliere questi aspetti del futuro dell’editoria elettronica e che quindi sono un passo avanti agli altri. Sono proprio loro che, per fortuna, ci accolgono in maniera entusiasta”.

Mi è chiara la modalità di abbonamento dell’utente al servizio, ma mi piacerebbe sapere quale tipo di modello di business offriate alle case editrici.

“Un altro aspetto difficoltoso è proprio legato al modello di business, che è davvero futuristico, quindi in un certo senso ce la siamo cercata (ride)! Però riteniamo che, per cambiare radicalmente e dare una bella rivoluzione a questo mondo editoriale, soprattutto digitale, bisogna fare dei passi avanti a volte esagerati.

Quello che facciamo con Bookolico è retribuire l’editore non più per libro, com’è stato da sempre abituato un mondo editoriale basato sulla vendita del libro fisico, ma per view, attraverso il modello ad abbonamento: sostanzialmente per pagine lette. Il libro non solo non esiste più come oggetto fisico – perché ovviamente parliamo di un bene digitale – ma non esiste più nemmeno nella sua interezza, perché un lettore può aprirlo, sfogliarlo o leggerlo in parte, iniziare per poi abbandonarlo perché magari non è di suo gradimento. Quello che noi andiamo a fare è monitorare tali attività del lettore, vedere cosa sta leggendo, fin dove arriva nella lettura e, nel momento in cui si ferma, andiamo a retribuire l’editore. Ti faccio un esempio che forse chiarisce questo aspetto cruciale: fino ad oggi il modello tradizionale della vendita verte su un lettore che accede alla libreria, inizia a sfogliare uno o due, tre quattro libri, ne legge magari delle parti, e poi sceglie di acquistarne un quinto. Solo nel momento in cui acquista il quinto, crea revenue  per tutta la catena editoriale che sta dietro. Quello che invece facciamo noi è andare a retribuire anche gli altri quattro libri che sono anche solo stati sfogliati. Quindi, se un utente apre un libro e ne legge tre pagine, noi andiamo dall’editore e paghiamo per quelle pagine lette. Pagando “per pagina”, Bookolico propone un nuovo modello di revenue per l’editore, che rende remunerative le azioni stesse dei lettori, non legate direttamente alla vendita: se quindi un lettore – come abbiamo scoperto spesso accade – torna a rileggere alcune parti del libro o rilegge l’intero libro, l’editore sarà retribuito tutte le volte che viene aperto, sfogliato e letto.

Inoltre, il consiglio da parte di un amico all’altro su una lettura, tradizionalmente si traduce nel passare il titolo in maniera piratata o sottoforma di prestito, nel caso un’edizione cartacea. In questo modo però non genera più valore per la catena editoriale. Su Bookolico, invece, anche il lettore che si avvicina al libro tramite consiglio degli amici crea redditività”.

Una valorizzazione del passaparola in un certo senso…

“Esattamente, soprattutto una valorizzazione del passaparola! Anche perché la nostra missione è portare innovazione nel mondo dell’editoria, che è un mondo vecchissimo. Uno degli obiettivi che ci siamo prefissati, è utilizzare la tecnologia proprio per sviluppare questi meccanismi di passaparola, che esistono da tutta la vita, ma che con Internet, le tecnologie e dispositivi come l’Ipad, possono essere amplificati all’ennesima potenza”.

Personalmente ho sempre pensato: cosa succederebbe se cliccando sul libro della mia libreria di aNobii lo potessi anche leggere? Bookolico in un certo senso soddisfa questo desiderio, comune a tanti lettori…

BOOKOLICO“Esatto, bravissima! Quello che stiamo cercando di fare è creare un’esperienza social, che non è ancora ai livelli di aNobii ma che speriamo ci arrivi presto; accessibile a chiunque in maniera gratuita. Però oltre a commentare il libro, chiacchierare con amici, consigliarlo, metterlo nella propria libreria o fra i propri preferiti e così via, puoi decidere anche di leggerlo. Lo hai lì a portata di mano e iniziarlo nel momento in cui più nei hai voglia. Esattamente quello che ti sei immaginata tu!”

E per quanto riguarda la cessione dei diritti di fruizione dell’opera?

“Questa purtroppo è un’altra grande difficoltà legata al nostro modello di business e che rende molto difficile la sua accettazione. Le case editrici funzionano con modelli contrattuali, attraverso cui prendono i diritti sugli autori, davvero vecchi, nati tantissimo tempo fa e mai cambiati più di tanto. Questi contratti spesso non prevedono diritti sul libro elettronico, né sullo streaming, e dunque su singole parti del libro. Quindi, quando le incontriamo e proponiamo il progetto, magari sono anche interessate ma si trovano davanti a limiti invalicabili. Stiamo affrontando tutte queste difficoltà cercando di aiutare gli editori a risolverle, perché capisci che per noi come startup sono barriere all’ingresso alte che rendono difficile la creazione di partnership. Se la questione si limitasse a dare un sì a Bookolico, avremmo migliaia di libri sulla piattaforma! Purtroppo per cambiare radicalmente il mondo dell’editoria e rendere efficiente quella elettronica, bisognerebbe cambiare radicalmente anche alcuni modelli alla base, in primis quelli contrattuali”.

Quanti titoli una casa editrice mette a disposizione sulla piattaforma?

“La nostra strategia è generalista, per quanto forse – da un punto di vista di startup e imprenditoriale – sarebbe stato più semplice farsi conoscere in un ambiente di nicchia per poi andare ad espandersi su queste. Purtroppo però il mercato dell’editoria elettronica in Italia è davvero piccolo e ci siamo resi conto che se avessimo fatto così, partendo dalle nicchie, ci saremmo ritrovati con pochissimi libri sulla piattaforma, e quindi saremmo stati poco attrattivi per un utente che deve comunque sottoscrivere un abbonamento.Abbiamo dunque cercato di essere il più generalisti possibile, andando da titoli di narrativa a quelli di saggistica, tecnica e così via. Riguardo ai libri messi a disposizione, generalmente quando viene detto sì ci viene dato tutto il catalogo, è raro che un editore ne dia solo una parte”.

Te lo chiedevo perché forse per un editore sarebbe più vantaggioso non rendere disponibile subito quel bestseller che garantisce milione di copie vendute…

“Già che hai sollevato la questione, posso dirti che questo è uno degli aspetti che più ci caratterizza e su cui abbiamo investito più tempo: ci siamo resi conto che la casa editrice, davanti ad titolo con un numero elevato di lettori garantiti e vendibile a 15-17 euro, si sarebbe potuta chiedere ‘perché dovrei renderlo disponibile subito e non in un secondo momento?’ Abbiamo quindi cercato di lavorare su un modello di business che premiasse il gradimento del pubblico e i libri più letti. Il ‘pagamento per pagine lette’ non è per tutti uguale: dietro Bookolico c’è un algoritmo molto complesso che va a valutare ogni momento il gradimento che il pubblico sta avendo su un certo libro, e se è alto, quella view viene retribuita di più. L’articolazione in cinque livelli di pagamento diversi per gli editori, premia proprio i libri di ultima uscita che hanno un grandissimo successo da parte di pubblico e critica, e che quindi si guadagnano il quinto livello. Se avessi dovuto adottare il tradizionale modello pay per view, si sarebbero dovuti pagare pochissimi centesimi per ogni view e sarebbe davvero poco interessante, anche per gli editori che avevano vendite di sole qualche migliaia di copie. Invece così, abbiamo cercato di rendere il modello molto democratico e basato sul giudizio dei lettori. Chiunque può salire dal gradino uno al gradino cinque – puoi essere Mondadori, Nottetempo e una piccola casa editrice -: se il pubblico scopre il tuo libro puoi guadagnare tanto quanto guadagna Mondadori, per fare un esempio”.

Bookolico tocca un nervo scoperto dell’editoria digitale: un prezzo dell’ebook avvertito dal lettore come ancora troppo elevato rispetto alla corrispettiva edizione cartacea…

“Guarda, la base del ragionamento che ci ha fatto passare da un modello di editoria digitale tradizionale – quello che faceva prima Bookolico, vendere libri self published – abbiamo cercato di cambiarla radicalmente, proprie perché con questa esperienza ci siamo resi conti che stavamo applicando lo stesso modello di business del cartaceo all’ebook, che invece non è fisico e che quindi è totalmente diverso. In sostanza si vende la proprietà di un oggetto che in realtà non esiste! E quindi i ragionamenti che oggi vengono fatti dai lettori come me e come te sono : ‘beh se io pago lo stesso prezzo o comunque poco di meno, per un oggetto che non percepisco neanche fisicamente, tanto vale che mi compri il libro di carta’. Notando che questo era il ragionamento comune, ci siamo spostati su un modello di streaming in cui tu, pagando l’abbonamento, non acquisti nulla ma accedi a questa enorme libreria. Se poi se ti va, puoi sempre andare ad acquistare la versione cartacea per tenerla nella libreria di casa”.

L’ultima novità in casa Amazon è Kindle Unlimited: stesso abbonamento alla stessa cifra di Bookolico, un catalogo di 700.000 titoli circa, di cui 15.000 in italiano, utilizzabile sui Kindle e Kindle Fire, ma anche su tablet e smartphone di altre marche tramite l’apposita applicazione. Cosa ne pensate voi di Bookolico ?

“Beh, con l’uscita di Kindle Unlimited diventiamo a tutti gli effetti suoi competitor.

I due modelli però sono diversi: quello che abbiamo cercato di fare con Bookolico è l’accesso ad una libreria tramite il proprio account personale e da qualsiasi device. Fatto questo, l’utente ha davanti a sé un gran numero di titoli – si spera destinati ad aumentare – da prendere, aprire, sfogliare, solo con un semplice tap.

Quello che succede con Amazon è invece questo: non avendo un’app dedicata a Kindle Unlimited, l’utente dovrà necessariamente entrare nello store Amazon, cercare i libri tramite ricerca – perché non si possono sfogliare – e poi verificare quale sia attivo su Kindle Unlimited. A qual punto deve scaricarlo sul proprio e-reader attraverso la sincronizzazione. Nel momento in cui l’utente deve selezionare e scaricare i libri inviandoli al proprio dispositivo, ci pensa un attimo di più, perché il rischio è riempire il proprio Kindle di titoli che non interessano. Cerchi, scarichi e leggi: svanisce quell’idea di retribuzione “della pagina”, la possibilità di sfogliare qualsiasi libro senza difficoltà e di averli tutti nella propria libreria virtuale a portata di tap. Questa è una delle grandi differenze con Amazon. L’altra è, che ad oggi, stanno applicando un modello di business abbastanza ‘scomodo’ per gli editori: il guadagno derivante da abbonamento, infatti, non viene ridistribuito sulla base del calcolo delle view. Amazon contatta gli editori e propone un prezzo da pagare subito per l’affitto del titolo per un determinato lasso di tempo, generalmente un anno. Una volta, però, che il libro va su Kindle Unlimited, e diventa magari bestseller perché letto da tantissime persone – plausibile visto il numero di utenti Kindle –, il guadagno dell’editore non sarà relativo a quanto è stato incassato da Amazon – e magari tratta di milioni di euro- ma alla quota pagata da questo per avere disponibile il libro per quel dato periodo. È ovvio che questo tipo di modello è stretto e per questo Amazon ha firmato molti contratti con case editrici molto piccole e alcuni libri sono self published. Gruppi editoriali che hanno un po’ più di potere hanno ovviamente rifiutato un modello del genere, puntando a guadagnare sulla base di quanto sono letti. Noi come Bookolico, cercando di superare queste difficoltà, speriamo di chiudere prima possibile accordi con editori che non sono su Amazon! Ti faccio un esempio: degli editori che oggi abbiamo su Bookolico, il 50%, se non di più, non ha firmato con Amazon. Puntiamo quindi ad avere un’offerta, nel breve periodo, più interessante”.

Ti saluto chiedendoti, dal tuo osservatorio, quali, secondo te, siano le nuove esigenze del lettore e quale potrebbe essere l’editoria del futuro.

“Secondo noi, e lo dice la direzione verso cui stiamo andando, il lettore si è sempre sentito e si sentirà sempre, ancorato al mondo del libro cartaceo, e questo non cambierà nel futuro: il libro di carta non sparirà mai e il lettore sarà sempre gratificato da questo tipo di lettura. Quello che invece sta cambiando sono le condizioni del lettore, che, sempre più in mobilità, avverte maggiormente la necessità di avere con sé il libro elettronico, indubbiamente più comodo. Un altro aspetto emergente è il venir meno, da parte del lettore, dell’esigenza di possedere quel bene. L’uomo è un essere materiale, quindi il poter vedere e toccare l’oggetto libro, poter sentire il profumo della carta, sono per lui fattori di grande gratificazione.   Quando però non è interessato a questi aspetti e reputa più comodo avere il libro in digitale, allora il possesso diventa meno interessante. Questo è ciò che abbiamo visto e la direzione verso cui stiamo andando: non vendiamo il possesso, ma l’utilizzo. Se poi il lettore vuole il titolo per sé, va in libreria. A noi piace sottolineare come il modello che Bookolico offre non sia per nulla concorrenziale a quello dell’editoria tradizionale, che continuerà ad esistere – ed è un bene che sia così – ma a cui sarà abbinato questo aspetto dell’ ‘editoria in movimento e non posseduta’”.

Daniele Morante e ‘l’amata’ Elsa.

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L’amata. Lettere di e a Elsa Morante. A cura di Daniele Morante con la collaborazione di Giuliana Zagra, Einaudi 2012.

 

Un carattere difficile quello di Elsa Morante. Duro, rigoroso e intransigente, capace di metter fine ad un rapporto con un secco ‘non desidero più vederti’.
Ma anche dotato di quel raro potere di fascinazione e ‘magnetismo cerebrale’ che l’ha resa straordinariamente amata da chi l’ha conosciuta, vissuta, letta e da chi ancora, ancora oggi, continua a farlo.
Straordinariamente amata eppure non amata affatto.
O almeno non di quella dimensione prettamente ‘privata’ del sentimento amoroso che comporta cura e protezione.
Due dimensioni tanto antitetiche quanto complementari – sete inappagata d’amore e amore come culto e venerazione – che segnano la vita intera di Elsa e su cui il nipote Daniele Morante (con la collaborazione di Giuliana Zagra, ndr) costruisce un monumentale epistolario intitolato emblematicamente ‘L’amata’.
600 lettere selezionate da un archivio di oltre 5000 attraverso cui ricostruire immagini inedite della scrittrice e dei suoi interlocutori più assidui – da Moravia a Debenedetti, Visconti, Pavese, Natalia Ginzburg, Pasolini, Calvino e molti altri – ma soprattutto capaci di restituire la dimensione più umana di questa straordinaria donna.

A Daniele Morante l’espressione ‘nipote preferito’ riportata dalla stampa non è mai piaciuta più di tanto, preferisce essere considerato “ l’unico nipote con cui lei abbia avuto un rapporto diciamo adulto, di amicizia. Lei professava nella sua coerenza che le parentele non contavano quindi mi lusingo di essere stato scelto per altri motivi. Tenga presente che alla sua morte Elsa aveva 14 nipoti in tutto e io sono stata l’unico nominato nel testamento come erede ‘letterario’ insieme a Carlo Cecchi e Tonino Ricchezza, suoi grandi amici e molto vicini nella vita.
Questo a dimostrazione di come la parentela sia stato solo un elemento che ci ha fatto conoscere ma che non ha contato poi molto… Elsa mi considerava non solo un nipote ma anche un amico, allo stesso livello degli altri due eredi
”.

Ci parli del suo rapporto con Elsa Morante…

“Da ragazzo conoscevo conoscevo Elsa come parente e scrittrice famosa perchè in casa mia se ne parlava molto… all’epoca abitavo a Grosseto e le uniche occasioni d’incontro erano a Natale, quando veniva a trovarci piena di regali!
Poi mi sposai, un matrimonio precoce a soli 22 anni, decidendo di trasferirmi a Roma per studiare e lei, a dimostrazione della sua generosità, per prima cosa propose a me e alla mia giovane prima moglie di abitare in una delle sue case, quella a Via Archimede dove scrisse ‘l’Isola di Arturo’ e dove abitò con Bill Morrow, il suo grande amore della maturità… in quell’occasione fu come se ci presentassimo di nuovo! Ho sempre tenuto molto al nostro legame, nonostante Elsa fosse una donna ‘difficile’, molto tagliente quando voleva, rigorosa, capace a volte di offenderti a volte soprattutto davanti a banalità e luoghi comuni televisivi.
Era capace di allontanare una persona dall’oggi al domani con un semplice ‘non desidero più vederti’. L’ha fatto anche con me in diverse circostante anche se poi il rapporto è stato sempre recuperato anche grazie alla mia tenacia… era un rapporto che mi arricchiva, che mi ‘dava’ e che mi ‘elevava’, a cui non volevo assolutamente rinunciare… All’inizio della mia prefazione racconto i nostri incontri: ‘mi abbandonavo a bizzarri esercizi spirituali […], cercavo di suscitare in me il vuoto interiore, e cioè uno stato di totale disarmo e di perfetta ricettività. Solo una volta ottenutolo mi ritrovavo pronto a comparire davanti a E.’”

Incuteva soggezione?

Bhe direi di sì, poche persone possono dire di non essere state in soggezione.
Ma anche fascino, per questo il titolo ‘L’amata’: tutti coloro che l’hanno conosciuta hanno maturato un rapporto al di là della stima e dell’ammirazione… era un vero e proprio potere di fascinazione.
Faccia conto, per darle un’idea del clima che espandeva nella cerchia dei suoi amici, che lei era grande amica di un attore, caduto preda di questo incanto. In quel periodo non ero a Roma, per caso accendo la televisione e lo vedo premiato… gli chiesero di fare una dichiarazione e lui di punto in bianco rispose: ‘Sì, leggete Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante’. Non c’entrava niente eppure si era sentito in dovere di dirlo! Questo per dare un’idea del fascino che espandeva…”

Da qui la scelta del titolo ‘L’amata’ per il suo epistolario?

“Questo titolo in realtà, per chi l’ha conosciuta, è a doppio taglio perché lei non faceva che ripetere che in realtà nessuno l’aveva mai amata. In effetti le due cose non sono in contraddizione perché quell’amore di cui parlo era una specie di culto, di devozione ma altre dimensioni dell’amore come l’accudimento, la protezione, le sono sempre mancate… forse attribuibile allo stato di soggezione in cui si rimaneva al suo cospetto e che certo non faceva venir voglia di proteggerla! Il fatto forse di ricercare la propria affermazione come scrittrice, dedicandosi totalmente al suo lavoro, ha contribuito un po’ ad isolarla quindi quando si lamenta di non essere mai stata amata è sincera, è vero perché una certa forma di amore, quello più personale, le è sempre sfuggita.
Elsa aveva dei giudizi estremamente mordenti, ‘trasciant’ e la gente rimaneva incantata ad ascoltarla, questa è la forma di amore di cui era oggetto”.

Come mai la scelta di questa particolare prospettiva nella selezione dei carteggi?

Perché appunto sono voluto partire da questa caratteristica, quella che più mi colpiva… mi sono chiesto il perchè di questo particolare fascino e ho cercato risposta nelle lettere. Di 5000 lettere ne ho selezionate 600, un lavoro enorme che mi ha occupato per circa 5 anni perché è stato anche necessario mettere ordine l’intera corrispondenza.
L’obbiettivo che mi sono posto è stato ricostruire i legami affettivi di Elsa, e per questo ad esempio ho escluso dall’epistolario corrispondenze che sarebbero state di richiamo come ad esempio Sofia Loren, Simon de Beauvoir, una cartolina di Kennedy…io non le ho inserite restituivano l’idea di rapporto non affettivo, ma puramente letterario che a me non interessava. Se li avessi inclusi avrei snaturato completamente l’intento primario dell’epistolario e la sua natura.
Al contrario ho inserito a tale scopo lunghe lettere con persone meno conosciute come Ricchezza e Luisa Fantini.
Il motivo primario che mi ha spinto a cimentarmi in questa complesso lavoro è stato quello di cercare una riconciliazione con lei…mi sentivo i debito anche perché non posso dire di averla mai effettivamente amata. La soggezione e anche l’ammirazione fu un ostacolo all’amore e alla confidenza di considerarla sul mio stesso piano e l’epistolario è stato in un certo senso un ‘riavvicinamento postumo’”.

Fra i legami affettivi più importanti c’è sicuramente quello con il marito Alberto Moravia, uno dei più grandi romanzieri del XX secolo. Che tipo di rapporto emerge dai carteggi?

“Fra loro c’era una specie di patto di non-fedeltà, per cui Elsa – come si intravede nelle lettere- raccontava di esperienze amorose con altri e Moravia addirittura le dava dei consigli! Però il rapporto con Moravia lei non lo negò mai, non sentii mai parlare male di lui e lei non volle mai il divorzio, nonostante la turbolenza del rapporto e le numerose discussioni. Lei ad esempio quando si trattava di fare la dichiarazione dei redditi esclamava ‘ma che mi importa di fare queste cose!!!’ e lui le rispondeva molto duramente che le stava facendo un favore, che anche lui era uno scrittore ma erano pur sempre cose che andavano fatte! Un rapporto che è sempre stato contrastato, difficile ma aveva qualcosa che lo teneva in piedi…
C’è stato un periodo iniziale – come emerge dai carteggi- in cui lei si sentiva in una condizione disperata di inferiorità, perché lui era un gran borghese, scrittore già di fama consolidata, già aveva pubblicato “Gli Indifferenti” mentre lei ancora non era nessuno… mentre Elsa cercava collaborazioni sul ‘Corriere dei piccoli’, Moravia invece era anche un corrispondente dei giornali, partiva quando voleva e lei soffriva di grandi gelosie, straordinariamente umane. Le cose ad un certo punto si sono rovesciate, la fama di Elsa iniziò a crescere e si prese in un certo senso la sua rivincita, perché fu Moravia ad iniziare a soffrire molto per i suoi rifiuti e la sua durezza”.

E cosa li ha tenuti insieme secondo lei?

“C’era certamente una stima e un rispetto reciproco. Moravia ha sempre detto che Elsa ‘era una narratrice più grande di lui’, affermazione molto nobile, mentre per Elsa forse la stima riguardava non tanto il piano letterario quanto quello umano, oltre al grande affetto…la loro fu una sorta di ‘dipendenza reciproca’.

Elsa e la maternità. In una lettera Saba scrive ‘La tua nostalgia è – in realtà- la nostalgia di non aver messo al mondo un ragazzo; lo cerchi nell’arte perché non lo hai voluto nella sua fisicità’. 

“Di questo lei naturalmente non parlava molto… personalmente penso che l’assenza di maternità ha costituito un grande vuoto nella sua vita fisica.
Che sia stata una scelta volontaria non posso saperlo con esattezza, quel che è certo è che lei era totalmente consacrata al suo lavoro…
Nelle sue opere ritorna continuamente la figura della madre ed è quello che le dice Saba “ Non te la prendere, tutte le nostre vite infondo sono vite mancate e se non fosse così l’arte non servirebbe a niente, l’arte serve a compensare queste mancanze altrimenti non risponderebbe più ad un bisogno”.
Elsa fu una donna molto vitale e al tempo stesso molto infelice, questo forse dovuto all’impossibilità di realizzare insieme quei due aspetti fondamentali nella vita: il lavoro e l’amore.
Ed è proprio la dimensione dell’amore che a lei mancò… l’assenza di maternità, il non sentirsi amata… è forse questa ‘l’offesa misteriosa’ che la vita le fece e di cui Cesare Garboli, suo grande amico, parla in un’altra lettera”.

L’amata’… lei cosa ha amato di Elsa Morante? Per cosa le direbbe grazie?

“Io come le dicevo non posso dire di averla amata del tutto… c’è sempre stato qualcosa che mi bloccava. Però ci sono delle cose che rimpiango molto, prima fra tutte il modo che lei aveva di arricchire le persone, le sue conversazioni, il fatto che ti faceva sentire il bisogno di elevarti al di sopra di te stesso. Era uno stimolo che oggi viene a mancare… mi piacerebbe sentirla commentare il nostro tempo, che è peggiore dei suoi incubi, tutti realizzati.
Lei pensi  che Elsa non ha mai avuto la televisione però era affascinata dal fatto che gli uomini nel ’69 andassero sulla luna e allora in quell’occasione non riuscì a resistere e ne comprò una in bianco e nero… dopo rimase sotto un tavolo inutilizzato, le odiava.
Ci sarebbe bisogno di figure come lei e come Pasolini, figure capaci di ‘mordere’ la realtà e che oggi non vedo.
La rimpiango molto e vorrei avere una seconda occasione, con una maturità diversa, per poterla amare davvero”.

Finalmente in scena dal 12 al 15 Dicembre ‘Diritto di recesso’.

Un pugno dritto nello stomaco.

Uno schiaffo a chi, ancora oggi, costruisce l’”io” discriminando il “tu”.

Una scelta coraggiosa di chi invece non può rimanere in silenzio, e sceglie di farne una rappresentazione teatrale.

diritto di recesso

Loro sono Patrizia Palese, Maria grazia Adamo,Alessia Abbondanza, Manuel Ferrarini, Elisabetta Carpineti ed Andrea Davì, voci e cuori di ‘Diritto di recesso’.
Ed io ho avuto il piacere e l’onore di trascorrere un pomeriggio con loro e farmi raccontare alcune sfaccettature di uno spettacolo che vale davvero la pena andare a vedere.
Oggi più che mai.

Patrizia (sceneggiatrice) da dove nasce l’idea di ‘Diritto di recesso’?
“L’idea è partita da una ‘non idea’ perché ciò che che ho scritto in ‘Diritto di recesso’ è stato il frutto di una grossa rabbia repressa. Era un momento piuttosto topico per me, siamo immediatamente dopo la morte di mio padre e la scoperta della malattia di mia madre e nel pieno del fallimento del mio matrimonio.
In quel momento mi capita davanti un manifesto di Oliviero Toscani: la fotografia di tre cuori assolutamente identici con sopra tre scritte Black, White, Yellow; tre organi che con una grossa violenza indicavano quanto stupidità ci fosse nel razzismo. Incamero ed archivio questa immagine quando, qualche settimana dopo, sfogliando un giornale dato all’ingresso della metro, la mia attenzione viene catturata da un trafiletto fra le notizie estere “Un uomo bianco in sud-Africa rifiuta un cuore proveniente da un donatore negro”.
Mi scatta una rabbia profondissima, un’impotenza lancinante e mi rivolgo di nuovo alla scrittura: scrivo ‘diritto di recesso’ per vomitarci dentro la mia rabbia, il mio disgusto, la mia tristezza.
E’ nato semplicemente da una non-idea dunque,  dal desiderio di stare meglio.
Di denunciare qualcosa che per altri era ovvio, come nel caso dell’uomo in Sud Africa che rifiuta quel cuore.
Perché questo titolo?
“Il diritto è ciò che ti dà la possibilità di scegliere. In questo caso, nelle parole di Enrico così come nella ‘sudditanza’ di Rossana o di Stefano, non è più volontà di vivere ma di morire.
Enrico divide gli uomini in vincenti e perdenti, in uomini di serie B e uomini invece di serie A. Quel ‘recesso’ sembra quasi applicato ad un elettrodomestico : ‘Non funziona, lo voglio cambiare’. Non dare la dignità di persona a qualcuno è un negare il diritto, da qui ‘diritto di recesso’”.

E’ la volta di Maria Grazia Adamo, la regista, a cui chiedo cosa l’abbia fatto innamorare della sceneggiatura a tal punto da portarla in scena.
“Considera che io sono una grecista, mi occupo cioè di tragedie greche e drammi; per me dunque la condizione preliminare e imprescindibile per iniziare una regia è provare un’emozione durante la lettura del testo.
Patrizia mi propose quattro testi, indubbiamente tutti belli, ma solo leggendo la sceneggiatura di ‘Diritto di recesso’ provai questo famoso ‘tuffo al cuore’, per me così importante.
Ti dirò che non solo mi colpì come impatto, ma mi portò effettivamente a riflettere se potesse effettivamente accadere una storia del genere nei nostri giorni. La risposta mi è arrivata dopo un’attenta documentazione: sì, accade. Accade con una frequenza di gran lunga superiore a quanto si possa immaginare che uomini siano in grado di provare una tale e profonda avversione per ciò che loro stessi ritengono ‘diverso’.
Diverso poi rispetto a cosa? Una differenza razziale di  cui si riempiono la bocca ma che è solo frutto di categorie mentali perverse e distorte.
È stato in quel momento che ho realizzato quanto fosse importante portare la sceneggiatura di patrizia in scena; era quello il momento giusto”.

Poi ci sono loro, che vedrete sul palco dar vita ai personaggi del testo e al messaggio più profondo di ci sono portatori.

MANUEL FERRARINI, nel ruolo di Enrico.

manuelChi è Enrico, il protagonista?
“Enrico è il classico uomo privo di scrupoli che arriva ad un certo punto della vita a considerare il proprio lavoro l’unica cosa che realmente conti.
Brucia tutto ciò lo circonda, specie se si tratta di persone non degne di frequentarlo; per lui la vita si costruisce sulla base delle differenze sociali per cui ‘io sono io, tu chi sei? per me non sei nulla’. L’ ‘altro’ rispetto ad Enrico esiste solo in relazione ad una prospettiva immediata di guadagno, terminata quella termina anche l’esistenza dell’individuo”.
Cosa ha significato per te interpretare questo ruolo?
“Tirare fuori la parte più becera che c’è in me, la più cinica.
Quando interpreto un personaggio lo faccio mio, divento quel personaggio e l’interpretazione di un personaggio come Enrico ha necessariamente implicato uno scavo in profondità alla ricerca di quella parte caratteriale che per lui è caratteristica e che a me non si addice, ma c’è.
Credo infatti che ogni individuo sia in partenza dotato dell’intera gamma dei sentimenti esistenti; poi sceglie di comportarsi in un determinato modo piuttosto che in altro, ma questo non implica la rimozione degli altri aspetti.
Sono latenti, nascosti ma ci sono; ed Enrico mi ha imposto di ricercarli e tirarli fuori”.

ELISABETTA CARPINETI, nel ruolo di Rossana.

rossana

In cosa Rossana differisce rispetto al marito e cosa la spinge a tenere in piedi il suo matrimonio?
“Rossana rispetto al marito è una donna di ideali che applica tanto nella vita quanto nel lavoro (anche lei come Enrico è avvocato, anche se non ha mai esercitato) e spesso vorrebbe che anche il marito ne tenesse conto.
Si rende conto che scegliere di essere avvocato implica la difesa anche di categorie di persone moralmente condannabili, ma perché ogni tanto, invece dei soliti ‘furboni’ facoltosi, non mettere il suo lavoro a servizio di individui onesti e innocenti?
Nonostante però questa radicale diversità fra i due, Rossana ama suo marito in maniera viscerale, istintiva, carnale; lo ama di quell’amore cha va oltre la consapevolezza della mancata condivisone di ideali e modo di vivere la vita.
E lo ammira, perché Enrico è un uomo forte, dalla grande personalità, ma soprattutto è un uomo che non ha paura di mostrarsi agli altri esattamente per quello che è, cinico e cattivo. Anche con Rossana.
Questo non fa di lei una vittima, una donna che subisce le angherie e l’arroganza del marito e non lo è perché Rossana è consapevole: di se stessa e delle scelte fatte che porta avanti fino in fondo.
E lei ha scelto Enrico, con tutti i suoi difetti.
Forse amo questo personaggio proprio per il suo rappresentare molte delle donne di oggi, per il suo forte legame con la realtà”.

ANDREA DAVI’, nel ruolo di Stefano.

stefano

Stefano è un cardiochirurgo, amico di Enrico. Come si pone Stefano rispetto a Enrico e a Rossana?
“Stefano è un equilibrista. Non solo da un punto di vista fisico – tra Rossana ed Enrico, entrambe suoi amici- ma anche a livello psicologico… è lui che ‘para i colpi’, che riveste il ruolo di ‘moderatore’ fra questi due fuochi.
Eppure nonostante questo più volte mi è venuto da chiedermi: quanto è soltanto amico di Rossana e dove è quel confine fra l’amicizia e una vera e propria attrazione per quella donna?
Ancora oggi, prima di portarlo in scena, mi domando quanto debba pendere da una parte e dall’altra,perchè se è vero che è molto attratto da Rossana, lo è anche da Enrico.
Attrazione ma anche una sensazione di sofferenza e fortissima imbarazzo perchè sono due forze che al contempo lo respingono”.
Tu chi sceglieresti?
“Non sono in grado di scegliere perché alla fine  io sono quello che rimane senza entrambi. Io non ottengo nulla.
Non potrò mai avere né lei né lui; Stefano è un personaggio con la sconfitta già segnata… è la sua assenza a renderlo un Santo agli occhi di Rossana nello stesso modo in cui la sua presenza aveva escluso totalmente la possibilità di essere il suo amante.
È una sorta di ‘tragedia nella tragedia’, un meccanismo che lo schiaccia e di cui i veri carnefici sono loro Enrico e la moglie.
Stefano rientra nei cosiddetti ‘personaggi di mezzi’ – Cechov ne ha a migliaia- quelli che in realtà assomigliano più allo spettatore o al lettore… è questo che più mi ha affascinato di Stefano”.

Chi mi vuole raccontare un retroscena divertente?
A farsi avanti è Alessia Abbondanza, preziosa aiuto-regista.

“Eravamo a fare le prove ed è venuta Fabiana, la compositrice. Guardava le prove in assoluto silenzio ma continuando a fare di no con la testa. Ovviamente ci siamo tutti preoccupati pensando che le prove non stessero andando bene, che non gli fossero piaciute.
All’improvviso si gira verso Manuel (Enrico, ndr) e gli fa ‘Certo che sei proprio uno stronzo!’
Dato il personaggio che Manuel interpreta, non poteva fare complimento più gradito!”

L’ultima domanda la voglio rivolgere alla regista… Maria Grazia, tre motivazioni per cui i nostri lettori dovrebbero venire a vedere ‘Diritto di recesso’.

“Il primo è che si tratta di quello che io definisco uno spettacolo ‘spettacolare’ perché non solo è capace di toccare una pluralità di temi ma anche perché ha una serie di caratteristiche che lo rendono tale… le musiche sono originali, create appositamente per gli attori e secondo le loro battute; le luci studiate per conferire leggerezza alle piece, e  per la regia … poi vedremo! (ride)
Il secondo motivo è che la sceneggiatura è meravigliosa e merita davvero di essere portata in scena; gli attori veramente bravi e minuziosi nel rendere questo testo veritiero.
Terzo – ed è il più importante-  perché dobbiamo calarci in tematiche con cui, soprattutto oggi, è fondamentali misurarsi.
E’ una scelta coraggiosa portare oggi su un palcoscenico un tema del genere… abbiamo invitato molte associazioni e persone che ogni giorno sono a contatto con le cosiddette ‘minoranze etniche’ .
Le critiche sono state alte, soprattutto rispetto al perché della scelta di portare in scena un testo del genere.

Alla domanda ‘perchè lo fai’, la risposta è la più semplice: ‘perchè siamo tutti uguali’”.

‘Agonia’ di Maria Daniela Dagnino

Quando Poesia è Potenza, Vita, Schiaffo. Quando, Nuda, basta a se stessa.

Allora sì, è Vera Poesia.

                                                                                                                                                                             

“E quindi, orbene, azzittisci quest’urlo macilento dentro il petto,

penetrami la carne, inonda la Ferita, insinua le tue dita febbricitanti…

( ahi la Febbre, ahi la fronte snella, madida di Pensieri, ahi l’odore benedetto );

divaricami il costato, succhiami le ossa, tenta, si tenta…

( t’è familiare il gesto, che sempre mi succhi con la bocca aperta e chiusa e semichiusa, che ti …cola il desiderio come scroscio, scroscio d’acqua salata e dolce e nera, e bianca, e germoglio, e lingua, ah la lingua, sei demonio ),

fosti il demonio per me, dimmi ? fosti la lingua chilometrica andare e venire e risucchiare e mordere ( ah quel sangue che zampilla mi uccide );

Uccidimi : giammai come lama d’alba nuda e bagnata, di cosce allegre che rincorrono l’Ansia…

Uccidimi d’Assenza, a Me, oh si a me, l’Assenza impoverita e cruda, la ciotola di rame e la sua sosta ,( cade, sbilancia e trema, trema come un viandante senza via );

 Uccidimi di bacio violaceo, come la prugna matura e gravida di sole.

 Prendi, possiedimi e volgi le spalle alla parete nuda.

 Due, tre, quattro righe di fumo sinistro. Guarda.

 Due, tre, sei grida a imbrattare la porta stanca e sfinita e lenta, afona porta mia, afona, disperante. Disperante AGONIA, t’amo.

 E l’agonia sussulta. Pare insetto.

 E pare brace morta.

E pare il mio sorriso pallido , pare una gemma, pare una perla. Pare un Richiamo. A me l’Elevazione, la potenza. Scrivo di fuoco e morte, scrivo. Mentre la gola precipita d’inferno le mie parole oscure”.

Tratto dalla Raccolta Poetica ‘NUDA MI SEI’ ( SIAE 2013 – ALL RIGHTS RESERVED)

All’alba di una svolta

Vi ripropongo qui, con orgoglio e soprattutto amore, il racconto con cui ho vinto concorso #We have a dream promosso da Telecom e Scuola Holden nella settimana dedicata alla speranza.

Buona lettura a tutti.

“La #Speranza è energia proiettata al futuro,

la Perseveranza al presente.

Sperare e perseverare significa impegnarsi a vivere”

Oggi mi sono svegliata con un’idea fissa, strampalata, ma fissa. Voglio un deodorante per ambiente.

Non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che è il primo desiderio di senso compiuto capace di insinuarsi inaspettatamente nell’automatismo artificiale della mia routine quotidiana, in quella scansione monocorde che però da settimane mi permette di rimanere a galla.

Un deodorante per ambiente: non lo desidero, non ne ho necessità né urgenza, semplicemente lo voglio.

Chiudo la porta dietro di me, non prima di voltare inevitabilmente il viso indietro per una frazione di secondo, giusto il tempo di accogliere l’eco di un mancato saluto e di riascoltarne mentalmente un altro, quello che fino a qualche settimana fa mi accompagnava fin sulla soglia dell’ascensore. E così questo Vuoto prepotente mi assale, e così questo pianerottolo assume le sembianze di sabbie mobili.

Inchiodata nell’angolo di una fredda panchina piantata in una girandola di negozi, stringo in mano l’oggetto delle mie ricerche. Siamo soli io e lui, io e il mio deodorante per ambiente. Mi prende una rabbia furiosa e un’altrettanta furiosa frustrazione nel pensare alla grande beffa che da sola inconsapevolmente avevo ordito contro me stessa, la convinzione che un inutile prodotto commerciale avrebbe potuto cambiare le cose, che solo l’atto di comprarlo mi avrebbe fatto stare meglio. Ora cosa me ne faccio di questo stupido oggetto?

Potresti iniziare con il metterlo sul tavolo o su una libreria…”.

Non mi ero accorta della coppia carica di buste seduta accanto a me nè avevo voglia di essere disturbata.

“scusi?” Non mi era sembrato di aver parlato ad alta voce.

“Dicevo che la sistemazione ottimale è il salone. Hai fatto proprio bene a comprarlo, d’altronde si comincia sempre dalle piccole cose”.

Ha colto nel segno. Ma io non ho voglia di ricominciare, né dalle grandi né dalle piccole cose perché c’è qualcosa che mi trattiene e che mi tira indietro, o meglio, è l’assenza di qualcosa, di quella speranza che mi ha portato negli ultimi mesi a lottare e resistere. Ecco di nuovo il vuoto, ecco di nuovo la perdita.

“A volte è difficile”. Non avrei voluto rispondere ma c’è qualcosa nello sguardo di quest’uomo che mi ha reso impossibile non farlo. E’ una trasparenza, una luce eterea di chi guarda al futuro con slancio, di chi crede in quel futuro indipendentemente da tutto e di chi rende tale luce energia.

“Lo so”, risponde lui soprattutto ai miei pensieri “ora pensi di averla persa, in realtà semplicemente non la vedi. La vita cambia di continuo nel suo vorticoso sali e scendi e lei a volte si nasconde dietro i muri eretti dalle insidie; ogni tanto però fa capolino perché sa di non poterti abbandonare e quando meno te lo aspetti, lei ti si riaccosta come una vecchia amica. Sta a te riplasmarla, prenderla sottobraccio e trasformarla in energia da proiettare al futuro. Negarsi la speranza significa condannarsi al qui e all’ora, significa ridurre il futuro a sterile sommatoria di giorni presenti”.

“La fai un po’ riduttiva”, si intromette la donna finora rimasta in disparte. Tanto luminoso lo sguardo di lui tanto di brace lo sguardo di lei. “Ci fai poco con la speranza se ti manca la perseveranza, cemento di qualsiasi progetto di vita. Se non si persevera, se non ci si impegna ogni giorno con azioni concrete, la speranza da sola non basta, la rendi fuoco fatuo e riduci il futuro a nube dorata, tanto sfavillante quanto inconsistente”. 

Se solo sapessero lo sforzo che faccio per mantenermi viva, non parlerebbero così.

Lei ancora una volta intercetta i miei pensieri, gli occhi ancora più penetranti “pensi che sia facile vivere? pensi che significhi limitarsi a respirare e muoversi? vivere è un impegno Federica, bisogna impegnarsi a vivere”.

Mi giro di scatto per rispondere ma sono spariti, neanche il tempo di chiedere il perché sapessero il mio nome.

Torno a casa con la bustina nelle mani, ha un peso diverso ora.

Posiziono il deodorante esattamente al centro di quel tavolino di vetro davanti al televisore. La lastra circolare lo accoglie, e lui è lì, solo al suo centro, ergersi con una fierezza discordante dalla sua natura voluttuaria. Eppure è proprio tale contrasto a nobilitare l’oggetto, reso ancora più piccolo rispetto al tavolo; ancora più piccolo rispetto alla libreria in mogano che lo osserva severa dall’alto; puntino infinitesimale rispetto al salone in penombra su cui galleggia denso quel silenzio carico dei mille suoni che ci sono stati.

Eppure a dispetto di tutto lui troneggia fiero perché sa di essere il primo. Il primo oggetto nuovo entrato in casa.

Ora non mi sembra più uno stupido deodorante per ambiente.

Senza saperlo sto riponendo in quell’insignificante suppellettile tutte le mie speranze: quella di cancellare profumi passati e immetterne altri nuovi, quella di apportare novità a questa casa troppo vuota eppure troppo piena, quella di ricominciare da piccole cose, ma pur sempre ricominciare.

Lui rappresenta l’innesto per la ridefinizione della mia speranza.

Lo guardo meglio, e mi accorgo che forse accanto ci starebbe bene quell’ orso in porcellana che avevo visto mesi addietro.

Potrei comprarlo domani e renderlo fiero di essere il secondo oggetto nuovo entrato in casa.

Le parole della coppia mi risuonano nelle orecchie come echi ovattati e capisco: oggi ho compiuto la prima azione per impegnarmi a vivere. 

Inaspettatamente, sorrido.

orso

Il Fantastico Italiano

Un breve viaggio attraverso i più famosi romanzi della Letteratura italiana ‘ Fantastica’ dell’ Ottocento e primi del Novecento.

“Il Fantastico puro è una zona di sospensione, 

è l’attimo esatto dell’esitazione provata da un essere il

quale conosce soltanto le leggi naturali, di fronte ad un avvenimento 

apparentemente sovrannaturale”